Violenza e distruttività: come riconoscere e gestire le emozioni disfunzionali

Violenza e distruttività: come riconoscere e gestire le emozioni disfunzionali

Come riconoscere e gestire le emozioni disfunzionali, spesso dette “negative”? Ne ho già parlato anche in questo articolo. Compito arduo, sembrerebbe, e difatti lo è. Ma il motivo reale, sono certo, è ben diverso da quello che immagineresti tu. Seguimi.

 

Riconoscere le emozioni

Nel numero di giugno 2018 di “Mind – Mente & Cervello”, la mia rivista di neuroscienze preferita, si parla anche del libro “Il declino della violenza”, dello psicologo Steven Pinker. Un libro davvero interessante in cui, dati statistici e storici alla mano, l’autore ci mostra perché la nostra era sia la meno violenta della storia umana. Ed è tutto verissimo. Ne ho anche parlato in questo articolo.

Ma c’è un altro aspetto che vorrei analizzare, ora: se è vero che la nostra era è la meno violenta, è altrettanto vero che è la più distruttiva. Se ti stai chiedendo quale sia la differenza, te lo dico subito.

Entrambe sono prerogative umane. In nessun’altra specie animale si possono riscontrare. Ma, mentre la violenza è frutto della rabbia verso qualcuno o qualcosa, senza alcun motivo valido legato alla sopravvivenza, la distruzione è figlia di una carica di energia negativa scaturita dall’idea che non vi sia futuro, speranza, utilità.

E qual è il motivo alla base di tutto ciò? Spesso è un’errata o assente educazione emotiva nei primi anni di vita. Non lo avresti detto, vero?

 

L’educazione emotiva: gestire le emozioni

L’uso dell’emotività deve essere insegnato, ai bambini. Nessuno nasce già pronto a gestire le proprie emozioni. Bisogna insegnare ai piccoli la differenza tra bene e male, tra “si fa” e “non si fa”, tra rabbia e tristezza, tra gioia e dolore.

E bisogna insegnar loro come gestire tutto ciò.

Freud diceva che le nostre mappe cognitive (il modo in cui conosco il mondo) ed emotive (il modo in cui reagisco al mondo) si formano entro i 6 anni. Oggi, le neuroscienze ci insegnano che si formano entro i 3 anni. Ciò vuol dire che tutto ciò che il bambino apprende nei primi 36 mesi di vita sarà la base delle mappe del mondo che andrà a crearsi nella crescita.

Un adolescente che uccide i familiari e poi va a prendere una birra, o uccide un povero animale indifeso e si fa un selfie con il suo cadavere, un bullo che picchia un compagno inerme o disabile, un uomo che non riesce a riconoscere la differenza tra il corteggiamento e lo stupro, ignorando il dolore che viene inflitto alla donna vittima delle sue violenze, è stato, in assenza di patologie, un bambino al quale non sono stati insegnati i fondamenti dell’emotività (o gli sono stati insegnati in maniera distorta).

Ma lo è anche un capo che sgrida senza freni, o senza motivo. Lo è una persona che perde le staffe per inezie, o che reagisce spropositatamente agli stimoli emotivi. Queste persone non si rendono conto del peso che i loro gesti hanno sugli altri.

Dietro tutto ciò, spesso ci sono istituti scolastici non pronti a questo tipo di educazione, ma anche genitori assenti o permissivi. In ultimo, è possibile anche che chi sia preposto all’educazione dei piccoli abbia, a sua volta, subìto un’educazione carente o errata, da piccolo. E sono guai.

Una società fondata sul lavoro continuo di entrambi i genitori, come quella odierna, spesso non può permettere agli stessi di avere il tempo e la forza di educare correttamente la prole, di correggerne gli errori, di aprire dibattiti e confronti. E i genitori hanno tempo sino ai 13 anni di vita dei loro figli, per parlare. Poi inizia l’adolescenza e ciò che dice il partner o l’amico/a del cuore è molto più importante di ciò che dice un genitore. Da quel momento, il genitore ha solo l’esempio, come metodo di insegnamento. Ma se il dialogo non si è aperto sino ad allora, neppure l’esempio servirà.

Un adulto senza un’educazione emotiva appropriata è un adulto disfunzionale, per se stesso e per la società, quando non addirittura estremamente dannoso. Anche la presenza di un alto quoziente intellettivo è del tutto inutile, in assenza di una gestione emotiva ben formata.

Ed ecco la distruttività tipica dei nostri tempi.

 

La distruttività: caos di emozioni

La distruttività non nasce da un’emozione precisa, ma da una sorta di caos emozionale che va a miscelarsi con l’incapacità di pianificare obiettivi di vita a breve o lungo termine.

I ragazzi, anche a causa delle informazioni, parziali e talvolta manipolate, diffuse dei media, miscelano questo caos emozionale con la visione di un futuro incerto, confuso, quasi distopico. E se questo contesto non permette di creare, cosa rimane da fare, se non distruggere?

Ai bambini e agli adolescenti va insegnato che la vita è di sicuro dura, costellata di problemi, difficoltà e cadute, ma anche di gioie e soddisfazioni, se si conosce il metodo per rialzarsi e sconfiggere i propri draghi.

Le favole, come forse saprai, nascono crude, truci, spietate. Il lupo che mangia la nonna di Cappuccetto Rosso, la Matrigna che ripudia Cenerentola, l’invidia della strega per Biancaneve e l’atroce vendetta al veleno. Perché? Perché i bambini devono conoscere da subito la doppia faccia del mondo: il Bene-Male.

Ma se non c’è qualcuno che possa dedicare tempo a questi piccoli adulti di domani, qualcuno che possa guidarli per mano all’interno di un labirinto che già noi adulti ben educati facciamo fatica a comprendere del tutto, come potranno vivere una vita emotivamente sana e appagante?

È da qui che, negli anni, si è andata formando sempre più la nostra società moderna. Una società caratterizzata perlopiù (ma non del tutto, per fortuna) da superficialità, senza obiettivi a lungo termine, priva del senso del sacrificio e dedita alla distruzione di se stessi e degli altri (con droghe, alcool, vandalismo, crimine, suicidi, rivolte violente…).

 

L’assenza di valori: il nichilismo

Come dice anche il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti, autore, tra l’altro, del libro “Parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo”, i giovani d’oggi sono caratterizzati da una decadenza dei valori. Cosa normale, dato che i valori sono destinati a svalutarsi, nel tempo, per dar vita a nuovi valori (la classica frase di nonni e genitori: “i giovani di oggi non credono più a niente”), ma ciò che manca oggi è lo scopo, la motivazione per andare avanti, il perché del fare, sudare e impegnarsi.

La gravità è che si tratta di un processo che si autoalimenta, poiché influisce sull’identità.

L’identità, infatti, ha radici sociali, è un “dono sociale”, come dice lo stesso Galimberti. Se la società che abbiamo intorno ci dice che gli adolescenti sono svogliati, incapaci, senza futuro (e torno al discorso delle notizie veicolate dai mass media), permettendo loro di riconoscersi all’interno di un determinato gruppo sociale, è chiaro che l’identità (individuale e collettiva) si formerà su tale base.

Di nuovo ci troviamo dinanzi alla distruzione senza creazione.

 

E gli adulti?

E gli adulti di oggi, come possono migliorare la loro vita emotiva?

Di sicuro attraverso una rivalutazione dei loro valori, attraverso un’introspezione (aiutata dal coaching, o fatta da sé) che permetta di comprendere la propria via, la missione di vita. Nessuno di noi è al mondo per vivere in una routine fatta solo di lavoro, sporadiche vacanze e birre con gli amici. Ognuno di noi ha uno scopo. Qualcuno lo ha già trovato, altri no.

Questa ricerca interiore è fondamentale per iniziare il percorso di riconoscimento e gestione delle emozioni.

Poi si passerà alla messa in discussione dei tanti pensieri disfunzionali che abbiamo messo su nel corso degli anni e che ora generano emozioni “negative”, ci fanno star male e creano problemi (sia a noi che a chi abbiamo intorno). Scatti d’ira, cambiamenti repentini di umore, idee distruttive (come il razzismo  o il sessismo) sono tutti sintomi di una gestione emotiva disfunzionale.

Come ci ha insegnato Albert Ellis, fondatore della Terapia Razionale Emotiva Comportamentale (che io integro nel coaching), le nostre reazioni nascono sempre da pensieri specifici sugli eventi, mai dagli eventi in sé. E la buona notizia è che possiamo intervenire, sui nostri pensieri. Ne abbiamo il pieno controllo. Certo, è un lavoro duro, che sarebbe meglio fare da bambini, ma ci si può comunque riuscire.

Peccato che non tutti gli adulti lo sappiano, o si vogliano cimentare in questo percorso…

 

Conclusioni

Per concludere, se vuoi lavorare su di te, inizia ora. Anche con il coaching, se lo ritieni necessario.

Per i più piccoli: scuola e famiglia. Scuola e famiglia hanno il dovere e la responsabilità di mettere fine a tutto questo, permettendo ai futuri adulti di avere un’identità sana, un’educazione emotiva funzionale sin da piccolo, una scatola piena di sogni per il futuro.

Non lasciamoci sfuggire l’occasione di dar vita a un mondo migliore. Agiamo ora, subito, sia su di noi che sui nostri piccoli.

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