Mental coach di squadra: chi è e cosa fa?

Mental coach di squadra: chi è e cosa fa?

Il mental coach di squadra si occupa di intervenire nei casi in cui squadre e team sportivi vogliano risolvere problemi, raggiungere obiettivi e aumentare le performance.

Vediamo come funziona.

 

Mental coach di squadra: prima di tutto il problema

Quando un team sportivo chiede il supporto di un mental coach si presenta, chiaramente, con un problema da risolvere. Questo problema può riguardare singoli atleti, l’intera squadra o anche il rapporto tra vari membri del team (atleti, dirigenti, allenatore…).

A seconda del problema da risolvere, il mental coach adotterà un diverso tipo di strategia.

Il primo compito che il mental coach dovrà svolgere, infatti, sarà quello di trasformare il problema (o i problemi) in percorsi di lavoro.

 

Mental coach di squadra: si parte con gli obiettivi

Il primo passo da compiere, una volta stipulato il contratto di lavoro, è quello di trasformare i problemi in obiettivi da raggiungere.

Il compito del mental coach, infatti, è quello di andare oltre la visione iniziale inquadrata sul problema e di accompagnare in questo viaggio anche chi vi si affida (singoli coachee o gruppi).

Definire un obiettivo vuol dire trasformare il problema in soluzione. Una soluzione realistica, raggiungibile, misurabile e tempificabile. Del come pianificare obiettivi ne ho parlato in questo post. Qui vorrei concentrarmi sull’importanza di questo metodo di lavoro.

Identificare obiettivi di questo tipo vuol dire iniziare già a pianificare un percorso di lavoro. Si individua l’obiettivo finale da raggiungere e i vari obiettivi di sessione da portare a termine all’interno della singola sessione (che solitamente dura un’ora). Ogni piccolo obiettivo è un passo avanti verso quello finale.

Uno dei principali limiti di chi si ritrova chiuso in un problema che non riesce a risolvere, infatti, è quello di puntare diretto all’obiettivo finale. Ma ogni percorso è fatto da piccole tappe. Più è importante il problema, più il percorso richiederà del tempo, è del tutto naturale.

Il mental coach lavora proprio così, aiutando il coachee (o i coachee, in caso di coaching di gruppo e di team) ad aprire la mente o a rinforzare alcune caratteristiche della propria performance attraverso un dialogo e domande mirate e attraverso esercizi mentali (o psicofisici) studiati ad hoc.

Si può lavorare, quindi, con mental coaching o mental training.

 

Mental coach di squadra: di quali problemi si occupa?

I problemi che possono essere sottoposti al mental coach e su cui lavorare sono di natura diversa.

Un atleta può rivolgersi a noi perché:

  • ha un blocco emotivo
  • non va d’accordo con altri membri del team
  • ha un calo motivazionale
  • non riesce a mantenere alta l’attenzione

E così via.

Un dirigente, invece, potrebbe lavorare sul modo di interfacciarsi con un allenatore dal carattere particolare, o si potrebbe scegliere di lavorare sul come prendere decisioni congiunte o sul come improntare una strategia per pianificare e raggiungere obiettivi di team.

Insomma, si può lavorare su ogni aspetto che non sia clinico. Il coach, infatti, non è un terapeuta e laddove si manifestassero particolari condizioni cliniche (depressione acuta, attacchi di panico, problemi neurologici…) sarò necessario richiedere l’intervento di un professionista della terapia.

Sembra un concetto banale, ma alle volte si pensa che il coach possa fare terapia e, purtroppo, alcuni coach poco professionali si improvvisano terapeuti, facendo non pochi danni.

 

Mental coach di squadra: come sceglierlo?

Qui arriviamo a un punto importante del percorso che porta alla richiesta di supporto di un mental coach: come sceglierlo?

Il processo è sempre lo stesso: informarsi sul curriculum del mental coach e “sentire” cosa si dice in giro sul suo lavoro, sulla sua professionalità e sulla sua serietà.

Purtroppo, al momento in Italia la professione del mental coach non è ancora disciplinata e, paradossalmente, chiunque può svegliarsi la mattina e dire di esserlo. Come dicevo prima, questi falsi professionisti possono creare anche dei seri danni.

Quindi, la prima cosa da fare è controllare il CV. Dove si è formato? Con chi? Che certificazioni ha ottenuto? Ha sostenuto degli esami? Di che tipo? Fa parte di qualche Federazione?

Ecco, questo ultimo punto è spesso un indice di professionalità perché, di solito, le federazioni richiedono caratteristiche specifiche ed esami, per accedervi.

Faccio un esempio. Non potendo parlare di altri, parlo di me.

Io sono un membro della International Coach Federation (ICF), la più importante e rinomata federazione al mondo di coach professionisti. Per accedere alla ICF bisogna avere alle spalle numerose ore di studi, di pratica e di mentoring. Poi bisogna sostenere un esame.

Successivamente, per ottenere credenziali sempre superiori bisogna certificare di aver svolto centinaia di ore di lavoro e bisogna superare ulteriori esami. Inoltre, ICF ci obbliga alla formazione e all’aggiornamento continuo e al rispetto di un preciso codice etico.

Ecco, una Federazione che ha queste caratteristiche è certamente già un primo elemento di qualità. Poi si passa a sondare il mondo delle opinioni, delle recensioni e dei rumors. Cosa si dice, in giro, su quel mental coach? E poi si passa ai fatti: la selezione.

 

Mental coach di squadra: conclusioni

Ricapitolando, dunque, il mental coach è un professionista che lavora con la mente in àmbito non clinico e che permette di trasformare i problemi in soluzioni, attraverso la definizione di obiettivi realistici e raggiungibili.

Si può lavorare con singoli coachee o con gruppi e team, sia a livello dirigenziale che atletico, attraverso un dialogo basato su domande in grado di aprire la mente e su esercizi mentali o psicofisici studiati ad hoc.

Si può lavorare:

  • sulla definizione di strategie
  • sullo sblocco dell’emotività
  • sull’innalzamento della concentrazione e dell’attenzione
  • sull’attivazione del cosiddetto “flow”
  • sui rapporti interpersonali
  • sul miglioramento della comunicazione all’interno del team
  • sul ruolo dei leader
  • sulla risoluzione di problemi personali che compromettono le prestazioni
  • su nuove sfide
  • su ansie e paure del tutto naturali

E su molto altro ancora.

È proprio questa universalità del metodo di coaching che rende questa attività sempre più richiesta, anche in àmbito sportivo. Dopo anni in cui il nostro mestiere è stato, per così dire, “testato”, per verificarne l’efficacia (il coaching è nato a fine anni Settanta), ora si sta diffondendo anche in Italia.

Se hai ulteriori domande non esitare a contattarmi. Sarò lieto di rispondere a tutti i tuoi dubbi.

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