Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro

Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro

Capire come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro è fondamentale, visto che spesso passiamo nel nostro ufficio, studio, magazzino o altro gran parte delle nostre giornate.

Negli Stati Uniti, una ricerca ha rilevato che solo un’altra attività quotidiana, negli ultimi anni, ha superato (e di poco) le ore lavorative settimanali: il sonno.

Quindi, perlopiù lavoriamo e dormiamo. Non proprio i nostri sogni di bambino, diciamo la verità.

Ma questo è un problema vecchio decenni, tanto che agli inizi del Novecento mosse i primi passi una branca della psicologia che studia proprio l’ambiente e la qualità del lavoro. Una scienza che poi si è evoluta a cavallo delle 2 Guerre Mondiali e negli anni 50-60. Parlo della Industrial-Organizational Psychology, detta anche I/O.

In questo articolo parlerò di alcuni accorgimenti per migliorare la qualità della tua vita e il posto di lavoro, o per stimolare tale cambiamento, se non puoi agire personalmente.

 

Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro: gli studi di Douglas McGregor

Douglas McGregor è stato uno tra i maggiori esponenti di questa branca della psicologia. McGregor individuò due stili di gestione del posto di lavoro che ha chiamato “Teoria X” e Teoria Y”.

L’approccio dei datori di lavoro che utilizzano la Teoria X è improntato sulla punizione, sulla stretta osservanza del rispetto degli orari, su regole rigide e controlli sempre più stringenti. Gli straordinari sono decisi unicamente dal datore di lavoro o dai supervisori, il dipendente non ha autonomia e ogni trasgressione viene punita severamente.

Con la Teoria Y, invece, c’è una leadership che motiva il dipendente, lo rende partecipe di un gruppo di lavoro e autonomo, le priorità e gli obiettivi vengono decisi insieme e, soprattutto, si lavora per obiettivi: il dipendente non è obbligato a rispettare degli orari come fosse una prigione con l’ora d’aria, ma l’importante è raggiungere l’obiettivo entro la deadline stabilita.

Insomma, mentre nel primo modello il dipendente si sente spesso demotivato e “pollo in batteria”, come molti si definiscono, nel secondo caso si costruiscono gruppi di lavoro efficienti, c’è coesione, motivazione e ogni individuo si sente parte attiva del processo aziendale. Lo sanno bene la Toyota e altre aziende leader che hanno adottato questo modello da anni.

In Italia, purtroppo, ancora si vive in ambienti modellati sulla “Teoria X”, basati su regole rigide e spesso insensate, sulle punizioni e sul terrore (certamente aumentato dopo la crisi, con la costante minaccia della perdita del posto e la difficoltà o impossibilità di trovarne altri). Un modello un po’ antiquato, che dici?

Ecco, il primo punto sarebbe, allora, quello di cambiare gestione, passando alla “Teoria Y”. E questo spetta ovviamente al datore di lavoro e all’Alta Direzione.

 

Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro: la modifica degli ambienti

Un altro errore che spesso si compie, in Italia (e non solo), è quello di ignorare la qualità estetica ed ergonomica dei posti di lavoro.

Lillian Gilbreth, psicologa e ingegnere, insieme a suo marito Frank Gilbreth (ingegnere) sono stati altri due principali esponenti dell’evoluzione della I/O Psychology. I loro studi si sono concentrati proprio sull’adattamento del posto di lavoro alle necessità umane.

Sedie ergonomiche, strumenti per prevenire danni fisici, fino a secchi dell’immondizia più comodi da aprire (hai presente quello che si apre con la pressione del piede?) sono tutti accorgimenti studiati da loro.

Modellare il posto di lavoro per renderlo più comodo e vicino alle esigenze del lavoratore aumenta la motivazione e, quindi, anche la produttività con beneficio da ambo le parti (dipendente e azienda).

Anche la bellezza di un ufficio o di un ambiente in generale influisce sul morale del lavoratore. Una bellezza che si deve riscontrare nella cura dell’ambiente, negli stimoli sensoriali (profumi, quantità di luce sufficiente, insonorizzazione per una maggiore concentrazione…) fino all’attenzione per i dettagli.

Un ambiente bello che rispecchia la cultura e la missione aziendale è di fondamentale importanza. Ma, chiaramente, da solo non basta, se poi si resta ancorati sulla “Teoria X”, ad esempio, o se ci sono discriminazioni.

 

Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro: le discriminazioni

Le discriminazioni sono uno dei problemi principali su cui ogni datore di lavoro dovrebbe vigilare.

In una società sempre più multietnica, le discriminazioni possono essere all’ordine del giorno e non sono rari i casi di cronaca che le testimoniano.

Le più diffuse sono certamente quelle di genere. Le donne, in molti casi, sono ancora relegate al vecchio e limitato ruolo di “assistenti”, “segretarie” e così via. La presenza di donne in posizioni decisionali sta aumentando, per fortuna, ma non siamo ancora in un mondo ideale.

Chiaramente, va da sé che questo tipo di discriminazioni implica anche pressioni di tipo sessuale, specie dall’uomo al potere che fa pressioni sulla donna “sottoposta” per “garantirle una crescita economica o di rilievo”.

Dà i brividi, vero?

E pensare che questa è solo una delle tante discriminazioni. Aziende che non rispettano le religioni diverse da quella cattolica, transgender e gay messi alla porta perché “diversi”, discriminazioni per chi ha la pelle nera, gialla o di qualsiasi altro colore che non sia il bianco “puro” non sono solo scene da film, purtroppo.

Sì, nel 2019 siamo ancora a questo livello. E bisogna vigilare!

 

Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro: i colloqui

I colloqui si dividono sostanzialmente in strutturati e non strutturati.

Nel primo caso si pongono le stesse domande a tutti i candidati, preparate in anticipo e con uno schema che assegni un risultato a ogni risposta, nel secondo caso si va più o meno “a ruota libera”.

Funziona così un po’ ovunque. Quindi? Perché parlarne?

Perché chiaramente chi seleziona è un essere umano e può essere vittima di bias cognitivi che possono portare verso una scelta errata. E accade anche ai più esperti.

Scegliere chi ricoprirà un ruolo in azienda è un passo cruciale. Se si inserisce in organico la persona sbagliata in un ruolo critico come quello di manager o responsabile di questioni di sicurezza e così via, sono guai.

Riesci a immaginare i danni che può creare un manager che agisce di emotività, incrinando i rapporti, comportandosi come despota, aggredendo e denigrando gli altri? E quelli di un responsabile che tratta i propri collaboratori come stracci solo per prendere la rivincita da ingiustizie subite in passato, ferite che non ha mai fatto rimarginare?

Sono solo esempi comuni, ma ce ne sono tantissimi. Inserire una persona con disturbi del sonno davanti a un macchinario industriale che richiede massima attenzione, oppure assumere un poco di buono nella contabilità. Anche in questo caso la cronaca ce ne racconta di tutti i colori.

Questo spesso accade per 2 motivi:

  1. Chi seleziona il personale ha poco tempo e lo fa con superficialità
  2. Chi seleziona il personale non è esperto di psicologia

Nel primo caso, bisogna lavorare sulla distribuzione dei carichi di lavoro, chiaramente. Ma è il secondo caso a fare più “scalpore”. Se l’azienda ha messo la selezione del personale in mano a persone che non hanno le conoscenze per valutare i candidati, come potranno essere selezionati i candidati giusti?

Molte aziende credono che basti individuare le capacità tecniche, o guardare alla laurea o al CV, per selezionare una persona, tralasciando totalmente la parte più importante: la stabilità emotiva, le capacità relazionali e tutte quelle abilità che non rientrano solo nella sfera della preparazione tecnica.

Negli Stati Uniti hanno creato un sito che permette a ciascuno di controllare quali siano i requisiti professionali e attitudinali per il proprio lavoro o per quello a cui si aspira: https://www.onetonline.org/

 

Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro: il work-family balance e il benessere

Se si escludono grandi aziende, in Italia l’idea che un dipendente (ma anche un manager) abbia una vita fuori dall’ufficio e che debba bilanciare le ore lavorative con i figli, con genitori anziani e con il benessere personale sembra ancora un’assurdità.

Tuttavia è uno dei principali punti di attenzione per chi si occupa di Industrial-Organizational Psychology.

Ci sono aziende che hanno concesso il telelavoro, come ha fatto Yahoo! per molto tempo, ad esempio. Oppure aziende che hanno inserito palestre, sale giochi e SPA all’interno delle loro strutture, o ancora aziende che mantengono il posto di lavoro alle neomamme sino ai 3 anni del figlio, come IBM, o la LucentTechnologies che per un anno paga metà stipendio alla neomamma.

E poi bisogna certamente distribuire in modo equo il carico di lavoro, sulla base dei punti di forza di ogni membro del gruppo di lavoro e sulla base del numero di lavoratori in forza.

Cercare di fare di più di quanto si può fare, magari per mostrare ai superiori che il proprio servizio è il top, ha come unico risultato quello di portare in sovraccarico i dipendenti, limitare le loro ore libere e riempiere di stress quelle lavorative. Peraltro ottenendo proprio il risultato opposto: il team commetterà necessariamente una serie di errori che lo screditeranno agli occhi della Direzione.

Insomma, di soluzioni per migliorare il work-life balance ce ne sono, ma ci vuole la volontà, per attuarle.

In generale, la I/O psychology ha individuato i seguenti fattori che agiscono sulla soddisfazione-insoddisfazione dei dipendenti e dei manager:

  1. Il controllo sulle decisioni
  2. Sfide e chiarezza del ruolo
  3. Feedback di comunicazione
  4. Premi finanziari e benefici
  5. Crescita personale, formazione, educazione
  6. Opportunità di avanzamento di carriera e promozione
  7. Relazioni professionali e adeguatezza all’ambiente
  8. Supporto, riconoscimento, correttezza nella supervisione e nei feedback
  9. Carico di lavoro, pressione di stress e noia
  10. Requisiti di lavoro supplementari, insicurezza della posizione

 

Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro: lo stress e le sue conseguenze

Risulta chiaro, dunque, che un ambiente di lavoro non ottimale possa causare stress.

Gli studi condotti dalla branca della Health Psychology, dagli anni Settanta a oggi, sono tantissimi. Gli effetti dello stress e gli eventi potenzialmente stressogeni sono stati studiati in modo approfondito.

Chiaramente ci sono diversi livelli di stress, da quelli più gravi come violenze, drammatici eventi naturali, insorgenza di tumori, morti di persone care, divorzi e così via, sino a livelli più moderati come quelli relativi al cambio di casa, alle diete e persino alle vacanze.

In questo scenario, lo stress da lavoro si inserisce come livello medio-alto, soprattutto se è prolungato nel tempo. Una continua esposizione a eventi stressogeni, infatti, può portare al cosiddetto stress cronico, caratterizzato da numerose problematiche psicosomatiche.

Lo stress prolungato, infatti, a causa dell’attivazione dell’asse Ipotalamo-Ipofisi-Ghiandole surrenali, produce una serie di mutazioni a livelli biologico, in tutto il nostro corpo, dalle conseguenze certamente non trascurabili.

Si va dall’insorgenza di eczemi e psoriasi a problemi di tipo muscolo-scheletrico, sino all’indebolimento del sistema immunitario a causa degli alti livelli di cortisolo (l’ormone dello stress, appunto) e anche a problematiche di tipo cardiovascolare (come pressione alta o attacchi cardiaci).

Ciascuno ha le proprie reazioni allo stress, c’è chi somatizza prima, chi dopo, chi accusa tanti lievi malanni e chi, purtroppo, riesce a reggere bene anche per un lungo periodo per poi cadere rovinosamente in problematiche gravi che possono portare problemi cronici, o addirittura la morte (non sono rari i casi di ictus, infarti, immunodepressioni o reazioni autoimmuni).

È dal 1975, dagli studi di Ader, Felter e Cohen che sappiamo che il sistema nervoso e quello immunitario comunicano tra loro e che il sistema immunitario può essere condizionato a un determinato comportamento, se esposto ripetutamente a eventi condizionanti (come il rilascio di cortisolo per lo stress, appunto). E non è che uno dei tanti studi effettuati sul tema.

Sempre dagli anni Settanta, grazie agli studi di Hans Selye, sappiamo che lo stress ha 3 livelli: la reazione d’allarme (dove c’è la classica risposta di lotta o fuga), la resistenza (il corpo si adatta allo stress e lo gestisce), l’esaurimento (lo stress si prolunga talmente tanto, o è talmente tanto intenso, che il corpo cede).

Friedman & Rosenman, nel 1974, ci hanno insegnato che le persone più inclini ai problemi gravi, quelli cardiocircolatori, sono quelle che rientrano nei comportamenti cosiddetti di Tipo A: persone aggressive, ostili, “drogate di lavoro”, sempre di fretta, preoccupate per le deadline e in lotta contro il tempo. L’aggressività e l’ostilità sono le componenti principali di questi disturbi, ma anche la continua lotta contro il tempo è deleteria, anche perché spesso si manifesta persino nella vita privata.

Eppure, ancora oggi lo stress viene sottovalutato, le malattie psicosomatiche etichettate come “malattie dei deboli” e lo stress da lavoro viene addirittura osannato come elemento essenziale per la carriera e per risultati ottimali (così come il multitasking, tra le più famose bufale pseudoscientifiche).

Ma non è così, sul posto di lavoro occorre prestare molta attenzione agli eventi stressogeni come il sovraccarico di lavoro, le eccessive punizioni, l’assenza di riconoscimenti, le diatribe tra colleghi o addirittura le discriminazioni e le violenze.

Tutto questo porta all’assenza dei lavoratori per malattia e alla diminuzione della qualità del lavoro, anche a causa del burn out, la sindrome che porta alla perdita di desiderio, al calo prestazionale e al distaccamento emotivo del lavoratore dal proprio ruolo e dal proprio compito.

 

Come lavorare bene e migliorare il posto di lavoro: cosa puoi fare tu

Su cosa puoi agire tu, direttamente? Questa è la domanda che poniamo sempre noi coach, quando un cliente arriva con un problema che va fuori dalla sua sfera di controllo.

Riportiamo l’attenzione su di noi, pensiamo e agiamo con un locus of control interno.

Se sei un manager, di sicuro devi guardare al tuo ruolo di leader. Sei davvero un leader, o sei un capo? Un capo siede sul trono e dà ordini, frustando i sudditi. Un leader scende in campo, si sporca le mani, lotta fianco a fianco con i suoi combattenti.

Ragionaci su, ma con onestà. Perché questo cambierà totalmente le sorti della tua carriera e della tua azienda, sul medio-lungo periodo.

Se sei un operativo, come puoi modificare il tuo pensiero affinché tu possa vivere al meglio le tue ore lavorative? C’è qualcosa che puoi fare per venire incontro alle tue esigenze? Qualcuno con cui parlare e a cui segnalare le tue insoddisfazioni senza paure? Puoi agire per migliorare il tuo ufficio o luogo di lavoro abituale? Ti trovi bene lì dove stai lavorando, o puoi agire per cambiare servizio/azienda?

Sono tante le domande che ognuno di noi può e deve porsi, per lavorare bene e migliorare il posto di lavoro. Purtroppo, spinti dalla fretta, dalle mille cose da fare o dalla paura di esporsi, lasciamo che queste insoddisfazioni restino sepolte sotto la nostra routine quotidiana, finché non marciscono e fanno sentire il loro odore nauseabondo.

Il coaching serve anche per far fronte a queste esigenze.

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