Aumentare l’autostima: serve davvero fare un corso?

AUMENTARE L’AUTOSTIMA: SERVE DAVVERO FARE UN CORSO?

Da un po’ di anni, anche in Italia (sulla scia degli USA) sono arrivati corsi, libri e convegni per aumentare la propria autostima. La domanda che tutti si pongono è: come aumentare l’autostima? La domanda che io pongo è: serve davvero un corso o un libro, per aumentare l’autostima?

Era il 1976 quando, al cinema, un pugile americano perdeva il suo primo incontro. Sì, veniva messo al tappeto, mentre tutti ci aspettavamo una vittoria in stile hollywoodiano. Eppure il primo film di Rocky ebbe un successo strepitoso e vinse numerosi premi. Perché?

Perché il personaggio era reale. Rocky perdeva l’incontro, ma riacquistava autostima e forza per andare avanti. Ci stava insegnando qualcosa, qualcosa di profondo. In quella sconfitta c’era dentro tutto ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra quotidianità.

Ora mi spiego meglio.

 

COS’È, L’AUTOSTIMA?

Autostima vuol dire “stima di sé”, dove per “stima” si intende “valutazione”. Dunque, è la capacità di autovalutarsi. Una capacità che varia molto, negli anni e a seconda delle situazioni.

Ma il discorso è più articolato di quanto sembri.

In un’intervista rilasciata a “Mente & cervello”, Maria Miceli, ricercatrice all’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del CNR di Roma e autrice del libro “L’autostima”, afferma che, col tempo, l’idea di autostima si è volgarizzata ed è “nata un’idea di autostima spesso sinonimo di aggressività, arroganza, bisogno di primeggiare a tutti i costi”.

E la nostra cultura occidentale è molto legata a questo tipo di atteggiamento, vero? Quando vediamo una persona spocchiosa, che cammina a testa alta, petto in fuori e sguardo di ghiaccio siamo portati a pensare che sia una persona sicura di sé, che abbia un’alta autostima.

Ma non sempre è così. Spesso, in questi casi ci troviamo di fronte a una forma narcisistica dell’autostima.

La Miceli, infatti, afferma che una buona autostima si può riconoscere non da un simile atteggiamento, ma dall’intraprendenza e dalla tenacia, due doti fondamentali per la crescita di ciascuno di noi. L’autostima, dunque, diviene autentica e utile nel momento in cui diviene realistica.

 

L’AUTOSTIMA REALISTICA

“Se l’autostima non è autentica – dice la Miceli – e noi per primi non ci crediamo davvero, è in realtà una bassa autostima che mascheriamo con meccanismi difensivi”.

E la Miceli, da buona scienziata e autrice, parla a ragion veduta.

Alcune ricerche, infatti, hanno evidenziato proprio un diffuso problema di questo tipo. Molte persone tendono a mascherare la propria insicurezza con atteggiamenti che simulano sicurezza, fiducia in sé e, dunque, una buona autostima.

Se è vero che comportarsi in un determinato modo aiuta la mente a entrare in un particolare stato interiore (come il sorridere per generare allegria), quando si arriva a un livello così profondo come quello dell’autostima, questo trucco non funziona.

Fingersi sicuri e baldanzosi, infatti, non serve a nulla, anzi può generare squilibri emotivi e frustrazioni. Cercare di dimostrare sempre qualcosa a se stessi e agli altri rende la vita triste e faticosa. Generando l’esatto contrario di ciò che noi tutti cerchiamo: la felicità.

Quando il senso di frustrazione è prolungato, quando la vita va nella direzione opposta a quella desiderata e, soprattutto, quando il nostro atteggiamento stride così tanto con il nostro essere da divenire addirittura ridicolo, agli occhi degli altri, ecco che nascono rabbia e ostilità nei confronti del prossimo.

Un’autostima non realistica, dunque, non solo è inutile, ma anche dannosa!

Per alimentare un’autostima buona e realistica, occorre imparare a riconoscere e apprezzare anche i propri difetti e i propri limiti. Ricorda sempre che è negli errori che si nasconde la vera crescita personale.

 

AUMENTARE O MIGLIORARE L’AUTOSTIMA?

Il punto, dunque, non è “come aumentare l’autostima”, ma “come migliorare l’autostima e renderla realistica”.

Tutti noi siamo già in possesso di una dose di autostima, siamo in grado di valutarci da soli, giusto? Dunque, non serve aumentare questa capacità, ma migliorarla. Dobbiamo imparare a valutarci in modo realistico, equilibrato e funzionale.

Come farlo?

Una spinta iniziale, un incoraggiamento, una motivazione esterna può andar bene, certo, ma non basta. Poi bisogna fare i conti con la realtà ed essere, appunto realistici. Se io venissi da te e ti dicessi che, senza dubbio, sei in grado di modificare a piacimento la tua vita in pochi passi, che puoi raggiungere ogni obiettivo o che sei la persona migliore del mondo, ti starei iniettando un po’ di forza per iniziare, ma non starei aumentando la tua autostima.

Finita la nostra chiacchierata, infatti, tu ti ritroveresti a fare i conti (come tutti noi) con i tuoi limiti e i tuoi dubbi. L’effetto “turbo” della mia “iniezione” terminerebbe dopo poche ore. Ed è così che ci si sente, quando si seguono corsi o convegni motivazionali per accrescere l’autostima. Se li hai provati, sai cosa intendo.

Per questo motivo il coaching non fa “iniezioni di felicità” dirette, ma fa sì che sia il cliente a ragionare in maniera realistica sui propri bisogni e sulle proprie aspettative.

Se ci pensi, sarebbe anche inopportuno somministrare queste “iniezioni” perché, così facendo, ti stari inculcando il mio pensiero, le mie soluzioni, i miei punti di vista. Invece è doveroso e onesto che sia il cliente a cercare, dentro di sé, le sue soluzioni e i suoi punti di vista.

Quello che va bene a me, potrebbe non andar bene a te. Quello che funziona per me, potrebbe essere inutile o dannoso per te. Non credi?

Peraltro, occorrerebbe chiedersi: su quale autostima specifica si vuole lavorare? Sì, perché ciascuno di noi ne ha diverse e alcune più sensibili di altre:

  • autostima fisica,
  • autostima lavorativa,
  • autostima affettiva…

Non basta lavorare in modo generico, sull’autostima, ma occorre agire sugli aspetti che ciascuno reputa preziosi per sé (e torno al discorso di poco fa). Ecco perché libri, corsi e convegni non sono utili per aumentare l’autostima, sono come un fuoco di paglia. Per usare le parole della Miceli: “Gli interventi devono essere mirati al problema specifico della persona”. Non ci si può rivolgere a una massa, a un pubblico indiscriminatamente.

Ognuno di noi è un microcosmo a sé e va rispettato in quanto tale.

 

COME LAVORARE SULL’AUTOSTIMA?

Per concludere, dunque, se si vogliono migliorare le proprie capacità di autovalutazione e renderle realistiche in breve tempo, occorre lavorare a livello delle convinzioni, non delle capacità. Non basta migliorare le proprie capacità, dunque, per aumentare l’autostima, occorre lavorare su come si affronta la vita, il successo e la sconfitta, occorre eliminare i pregiudizi.

Sia il coaching personalizzato che, per casi più difficili, alcune terapie (come la cognitivo-comportamentale), possono lavorare a questo livello. Si fanno emergere i pregiudizi, si mette il cliente nella condizione di rimetterli in discussione, si esaminano successi e fallimenti e tutto si ridimensiona, con un vero aumento della fiducia e dell’autostima realistica. Ora sì.

Un grande fucina di insicurezza sono le distorsioni cognitive ed è su quelle che il coach (o il terapeuta) deve lavorare per far sì che la mente del cliente si apra a nuovi orizzonti e scopra soluzioni prima ignorate.

 

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