Come pensare positivo?

Come pensare positivo?

 

Come pensare positivo è un obiettivo che abbiamo tutti, o al quale tutti abbiamo fatto riferimento in modo serio, almeno una volta. Perché? Perché i vantaggi del pensare positivo sono moltissimi, da un miglioramento della salute generale a un’accresciuta capacità di trovare soluzioni performanti e in tempi più rapidi, tanto per fare degli esempi.

Ma pensare positivo, a differenza di quanto si possa credere (o almeno per me), non vuol dire imparare a sorridere o illudersi che tutto andrà sempre bene. Pensare positivo vuol dire riuscire a generare un pensiero costruttivo e funzionale, scardinando una serie di preconcetti e schemi mentali invalidanti, frutto di anni e anni di condizionamento.

Una nuovo modo di pensare che ci darà fiducia nelle nostre capacità e, dunque, ci permetterà di pensare positivo, di non sentirci in balìa di angeli e demoni, ma padroni del nostro destino.

Ma quali sono, questi schemi mentali? Sono quelli su cui lavora un coach, per aiutare il cliente a trovare soluzioni valide. Eccoli, te li presento!

 

DISTORSIONI

Le distorsioni sono convinzioni che distorcono, appunto, la percezione della realtà attraverso interpretazioni del tutto arbitrarie.

Di seguito entro nel dettaglio.

 

Causa-effetto

Affrontare situazioni nuove mi rende incapace di pensare.

Ecco un classico esempio di distorsione da “causa-effetto”. Un pensiero del genere ci limita, è disfunzionale e genera una crescente paura di affrontare situazioni nuove, con molta probabilità.

Riconoscere questo tipo di pensiero e sgretolarlo, al contrario, ci permette di fare del nostro meglio anche in situazioni nuove.

Il nocciolo della questione è: qual è la connessione tra le due affermazioni? In che modo, le nuove situazioni mi rendono incapace di pensare? E di pensare a cosa, nello specifico?

Rispondendo a queste domande, possiamo andare oltre i nostri limiti, quei limiti che ci siamo autoimposti.

 

Equivalenza complessa

Se non mi ha salutato è chiaro che le sto antipatico.

L’equivalenza complessa, invece, ci fa mettere in correlazione due elementi che non hanno nulla a che vedere tra loro.

In questo esempio, perché mai dovrei essere così sicuro di quello che affermo? Non è possibile che non mi abbia salutato perché era distratta? E se fosse sovrappensiero? E se non mi avesse riconosciuto? Possono essere mille, i motivi.

Un’equivalenza complessa di questo tipo potrebbe portarmi a non salutare più quella persona, a evitarla o a litigare con lei.

Sgretolare l’equivalenza con domande ad hoc, invece, mi permette di ragionarci su, di chiamarla per chiedere spiegazioni e di evitare inutili litigi.

 

Presupposizione

Quando mi parla in quel modo è perché vuole farmi innervosire!

E cosa mi dà questa convinzione? Se parlasse così perché è il suo stile comunicativo, o perché sta attraversando un periodo di forti difficoltà e ce l’ha col mondo intero?

Pormi queste domande mi aiuta a scardinare questa pericolosa distorsione. Presupporre che vi sia un’equivalenza di questo tipo, dietro un comportamento o un evento, può far nascere una serie di spiacevoli situazioni, sino a caricarci di astio nei confronti di una persona, senza alcun motivo.

 

Lettura del pensiero

Lo so che mi reputi incapace di gestire questo nuovo lavoro.

E cosa mi darà mai questa sicurezza? Se il mio interlocutore non lo ha detto chiaramente, perché mai dovrei dare questo per scontato?

La lettura del pensiero è micidiale, ci porta a credere di sapere cosa l’altra persona sta pensando. Ma come potremmo mai fare una cosa del genere?

Se abbiamo dei dubbi, tanto vale far come faceva il tenente Colombo, o Hercule Poirot: poniamo una domanda al nostro interlocutore.

In questo caso, potremmo chiedere: tu come mi vedi, in questo nuovo ruolo?

 

Catastrofizzazione

Ho dimenticato di inviare quell’email entro oggi, domani mi faranno una lettera di richiamo.

Ho sentito ripetere frasi così mille volte. Possibile mai che per una semplice dimenticanza come questa si arrivi a una lettera di richiamo formale?

Trasformare in una catastrofe piccoli eventi è tipico di tutti noi, alzi la mano chi non l’ha mai fatto. Ma non ha alcun senso, meglio tornare con i piedi per terra e riportate la mente alla realtà.

Peraltro (tratto da una mia esperienza diretta), chi l’ha detto che non inviare quell’email generi eventi negativi? E se il capo c’avesse ripensato e si fosse dimenticato di dirti di non inviarla più? 😉

 

Personalizzazione

Se non fossi partito per le ferie, avrei potuto aiutarlo.

Attenzione, pericolo! Un pensiero del genere può arrivare a essere molto pericoloso, se lo trasformiamo in una convinzione e se, come nell’esempio, ci troviamo in situazioni fortemente spiacevoli.

Addossarsi la colpa di eventi che, in realtà, potrebbero non dipendere da noi, è da evitare.

In questo caso specifico, occorre domandarsi: avrei davvero potuto fare qualcosa? Cosa? E chi mi assicura che non sarebbe successo comunque, magari tra qualche giorno?

 

Astrazione selettiva

Il mio rapporto è un disastro, dimentico sempre gli appuntamenti.

In questo caso stiamo attribuendo a un piccolo particolare la responsabilità di un intero universo.

Dimenticare gli appuntamenti rende davvero il mio rapporto un disastro? Non ci sono altri elementi del rapporto che, invece, lo rendono fantastico? Dimenticare gli appuntamenti incide davvero così tanto sul mio rapporto? Domande di questo tipo possono aiutarci a ridimensionare il tutto.

 

Inferenza arbitraria

Mi guarda sempre perché vuole qualcosa da me.

Di nuovo ci troviamo davanti a un’inferenza del tutto personale, arbitraria, appunto.

Cosa mi fa pensare che sia davvero così? Ho prove? E se mi guardasse solo perché gli ricordo qualcuno?

La cosa migliore, davanti a un dubbio del genere, se è davvero pressante, è chiedere apertamente il perché di quel gesto.

 

Dovere

Non posso uscire stasera, devo chiudere la contabilità, altrimenti non mi divertirò.

Che nesso c’è tra questo senso del dovere a tutti i costi e il divertimento? Non è possibile che io possa divertirmi anche senza terminare il lavoro? E se una serata di divertimento mi permettesse di concludere il lavoro domani con maggiore energia?

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una distorsione della realtà. E il responsabile, stavolta, è un eccesso di senso del dovere. Attenzione!

 

Etichettatura

Che stupido, non ha visto il semaforo rosso.

Etichettare…quanto siamo bravi a farlo! In parte è anche frutto dell’evoluzione, abbiamo imparato a riconoscere “amico” da “nemico”, “buono” da “cattivo”, “acqua” da “veleno” e così via. Ma poi abbiamo esagerato, ci siamo fatti prendere la mano. E ora etichettiamo tutto e tutti senza, però, che dietro vi sia quella funzionalità tipica dell’evoluzione.

Nel caso specifico: perché dovrei pensare che non ha visto il semaforo rosso perché stupido? E se fosse stato distratto da un bimbo che piangeva nel sedile posteriore? Se avesse starnutito? Chi mi dice che non lo abbia fatto appositamente, perché in auto c’è una persona malata che ha bisogno di cure urgenti?

 

Pensiero dicotomico

O andiamo al mare, o me ne torno a dormire.

Il pensiero dicotomico è spesso legato alle cosiddette prese di posizione. Eppure ci sono molte vie intermedie, ogniqualvolta ci poniamo in questo stato.

Se l’altra persona non vuole andare al mare, non è necessario che me ne torni a letto. Potremmo trovare altre soluzioni, per la giornata, altri accordi piacevoli.

Anche in questo caso, per pensare in positivo occorre distruggere un pensiero limitante. Fortemente limitante.

 

Minimizzazione

Sì, ho fatto goal, ma è stata solo fortuna.

Anche questo è un atteggiamento tipico della nostra società moderna. Quando ci sono eventi poco piacevoli, si catastrofizza, davanti a successi, invece, si minimizza.

Godiamoceli, i momenti di gloria e di gioia! Ho fatto goal? Quale fortuna! C’ho messo del mio, santa miseria! Il calcio al pallone l’ho tirato io e, se ci sono riuscito, è solo merito mio!

 

Ragionamento emotivo

Se gli dico di no, poi mi sento in colpa.

Spesso ci facciamo condizionare dalle nostre emozioni, nella vita quotidiana. Alcune volte ha senso ed è funzionale, ma altre volte è del tutto fuori luogo. Come nell’esempio.

Ma è il caso che dica comunque di no? Se dicessi di sì, cosa comporterebbe? Come potrei non sentirmi in colpa?

 

GENERALIZZAZIONI

Le generalizzazione, come dice la parola stessa, ci portano a generalizzare dei concetti. Verbalmente le esprimiamo attraverso l’utilizzo di parole come mai, sempretuttiogni volta…Partiamo da ricordi, da nostre esperienze di vita, da preconcetti, e finiamo col creare delle regole universali che, in realtà, non esistono se non nella nostra mente.

Non riesco mai a interagire con gli altriSuccede sempre così, ogni voltaTutti ce l’hanno con me e così via, sono tipiche generalizzazioni.

Possibile che non sia mai riuscito a interagire con gli altri? Cosa sono, un eremita?

Succede così ogni santa volta? Fammi ricordare di quel momento in cui non è andata così…

Tutti con me, ce l’hanno? Sette miliardi di persone al mondo e tutti contro di me? La vedo dura…

Scardinare questi pensieri disfunzionali, queste convinzioni limitanti, è fondamentale per trovare nuove soluzioni, per superare momenti critici e andare avanti nel nostro percorso di vita.

 

CANCELLAZIONI

Si parla di cancellazioni quando omettiamo parti di discorso. Nella vita è del tutto funzionale, non potremmo dire tutto a tutti, in ogni minimo dettaglio, così tendiamo a omettere il superfluo. Anche nei film o nei romanzi si usa, con le cosiddette ellissi. Si passa da una scena all’altra saltando delle parti non importanti.

Quando, però, cancelliamo informazioni utili, entriamo nel mondo del disfunzionale. Frasi come Mi infastidisceQuando fa così, lo odioNon mi fido di tipi come lui nascondono cancellazioni importanti.

Mi infastidisce, in quali occasioni? Lo odio quando fa cosa, nello specifico? Non mi fido di quali tipi?

Queste sono domande che possono portarmi a comprendere molto di quello che ho appena detto, o pensato. Domande che mi possono aiutare a distruggere molti limiti.

 

NOMINALIZZAZIONI

La nominalizzazione, in pratica, trasforma un verbo in un sostantivo.  E chi se ne frega, dirai tu, mica sei un linguista! Vero, ma le nominalizzazione hanno più impatto di quanto tu possa pensare, nella nostra vita. Formule di questo tipo cristallizzano i concetti e non permettono il fluire sano del pensiero.

Dire il lavoro mi stanca non mi permette di entrare nel vivo della questione. Cosa, del lavorare, mi stanca? Una domanda del genere, e l’uso del verbo lavorare, invece, mi riporta subito su uno stato interiore funzionale e, magari, posso darmi risposte chiarificatrici. Forse mi stanca alzarmi presto la mattina, oppure star troppo tempo seduto, o viaggiare per raggiungere il luogo di lavoro.

L’allenamento non è roba per me. Quale aspetto dell’allenarsi non fa per me? Forse c’è un tipo di allenamento che, invece, mi piace e fa per me. Perché non indagare per bene e chiudere subito tutte le porte a qualcosa che potrebbe portare notevoli vantaggi alla mia salute?

 

Tieni conto che queste convinzioni limitanti e questi pensieri disfunzionali possono anche essere combinati, possono trovarsi insieme nelle stesse affermazioni. Ogni giorno cadiamo nei loro tranelli, basta prestare un po’ di attenzione, per accorgersene.

Imparare a pensare positivo, però, nonostante tutto, non è così difficile, l’importante è modificare le lenti attraverso cui guardiamo il mondo: lenti che non vedono problemi, ma soluzioni.

Tu che ne pensi?

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